Il primo Mirror’s Edge fu una sorpresa. Un titolo parkour, in cui lo scontro diretto era caldamente sconsigliato e le armi merce estremamente rara. La prima avventura di Faith non ha forse conquistato enormi fette di mercato ma di sicuro ha conquistato il cuore di una discreta fetta di giocatori, sottoscritto compreso. Anni dopo il primo capitolo ecco arrivare anche Mirror’s Edge Catalyst, un sequel/reboot che cerca di conquistare ancora più persone. Ce la farà?
L’orlo dello specchio
Faith è finita in galera e la sua carriera di Runner, persone che consegnano messaggi ed oggetti al di fuori dei canali ufficiali, ha subito una decisa battuta d’arresto. Dopo aver scontato la sua pena è finalmente libera, a patto che si trovi subito un lavoro onesto e produttivo. Ma ovviamente i suoi piani sono diversi e viene immediatamente contattata dal suo ex datore di lavoro e mentore Noah. Nel giro di pochi minuti Faith si libera del suo collare tracciante e riprende a correre sui tetti di Glass, la città di vetro. Negli anni in cui è stata in prigione la KrugerSec, la mega corporation che in pratica gestisce tutta la società, ha guadagnato sempre più potere. Non solo i runner e molte persone comuni nutrono un certo risentimento verso la KrugerSec, Faith in particolare ha un ottimo motivo per odiarli: sono stati diretti responsabili della morte dei genitori e della sorella di Faith quando la donna era ancora una ragazzina. La nuova vita di Faith fuori dalla prigione assomiglia da subito molto a quella vecchia: lotta senza quartiere contro chi toglie la libertà alla sua città, un calcio alla volta.
Parcour!
Catalyst riprende quanto fatto di buono nel primo episodio e tenta di cambiare ciò che non funzionava. Abbandonata del tutto, per esempio, la possibilità di raccogliere armi. Ora i combattimenti si fanno esclusivamente corpo a corpo, sfruttando l’agilità e le doti da corridore della ragazza. Tutto in Catalyst è bastato sullo scorrere dei movimenti in modo armonioso. Corsa, salti, colpi, tutto va fatto senza fermarsi, senza rallentare, senza spezzare il ritmo. Mentre, nei panni di Faith, saltiamo da un tetto ad un palazzo nella città di vetro, riusciamo a sentire, a percepire, quanto DICE abbia lavorato su questa nozione di flow. Seguendo, ancora una volta, la prospettiva del runner che evidenzia in rosso gli elementi del paesaggio utili al parkour, muoversi per il gioco è molto piacevole. Diventare maestri in questo significa anche guadagnare punti su una barra speciale che potremo poi attivare per effettuare mosse speciali, come ad esempio schivare le pallottole. Un buon modo per invogliarci ancora di più ad immergerci completamente nel flusso del gioco.
Cambiamenti
Mirror’s Edge era un gioco lineare, ambientato in una grande città che però non era esplorabile in modo libero. Catalyst introduce un vero mondo open world, con una marea di missioni secondarie, sfide, punti di interesse ed esplorazione. Dalle classiche missioni di raccolta oggetti e liberazione di punti particolari alle corse per consegnare messaggi e oggetti a varie persone, abbiamo parecchie cose da fare. Cambiato anche, come detto, il sistema di combattimento. Adesso bisogna sfruttare l’ambiente circostante per prendere la rincorsa e dare colpi potenti ai nemici. Possiamo usare calci per farli cadere, per buttare un soldato addosso ad un altro, concatenare combo varie per fare più danni possibili. Sistema di combattimento certo più complesso che però non ci ha convinti, diventando quasi più un’attività noiosa che, se possibile, evitiamo di fare. Il famoso ritmo del gioco si spezza, costringendoci a dare colpi in modo macchinoso ogni qual volta abbiamo più di un paio di nemici da affrontare. Difficilmente riusciremo poi a pianificare attacchi intelligenti perché spesso e volentieri una volta liquidato in modo furbo un nemico gli altri ci saranno subito addosso. Avremmo preferito un approccio più stealth: al posto dello scontro a muso duro (in cui siamo sempre in svantaggio) sarebbe stato meglio usare le nostre abilità per passare inosservati o per eliminare i nemici uno ad uno.
Specchio delle mie brame
Mirror’s Edge aveva fatto colpo per il suo stile grafico minimalista. Superfici immacolate, linee nette e decise, vetrate enormi. In Catalyst tutto questo ovviamente ritorna. Visivamente la resa è piacevole ma in qualche modo lascia un po’ l’amaro in bocca. I tetti sono molto ben fatti, con superfici riflettenti e attenzione al dettaglio. Peccato che i contorni, ovvero i dettagli più in lontananza, siano decisamente carenti. Auto nelle strade composte da pochissimi poligoni, animazioni ambientali scarse. Sembra quasi che una volta realizzato il terreno di gioco DICE abbia deciso di aver fatto abbastanza, dimenticandosi un po’ che sono i dettagli a rendere vivo un ambiente. Per quanto riguarda la colonna sonora, altro grande punto di forza del primo Mirror’s Edge, qui non c’è nulla di altrettanto memorabile. Le musiche sono carine ma mancano di quell’originalità e non riescono a dare al gioco la stessa aura quasi onirica del primo capitolo. Il doppiaggio invece è di qualità e non abbiamo lamentele a proposito.
Il fato di Faith
Mirror’s Edge Catalyst ha tentato in tutti i modi di migliorare la formula del primo. Il gioco è senza dubbio più vario e più lungo, la trama è meglio definita e completa. Il parkour è più fluido, più preciso e anche più divertente. Eppure… eppure Catalyst non ha fatto breccia. Manca di cuore, non ci fa davvero tornare a casa con la voglia di continuare la partita. Sarà forse perché tra tutta la libertà sandbox a perderci è il ritmo della narrazione, sarà per via del sistema di combattimento che ancora non diverte. Fa piacere che DICE ed EA abbiano deciso di proporre un nuovo Mirror’s Edge ma purtroppo questo Catalyst è un titolo troppo anonimo. Occasione persa.
The Good
- Parkour
- Trama migliore del primo
- La nozione di flusso
The Bad
- Sistema di combattimento
- Gioco troppo anonimo
- Scarsa attenzione al dettaglio